IL MONDO DI BARRIE

Il mondo di Barrie

Disastro del Vajont

Autunno, le giornate si erano accorciate molto, gli alberi erano ramati e l’aria si faceva più fresca.. I bambini avevano da poco riniziato la scuola..

La sera calava presto, si cenava e poi con la famiglia si stava vicino la stufa accesa, i bambini giocavano mentre gli adulti guardavano la finale di Coppa dei campioni. Era il 9 ottobre 1963..

Alle 21 i piccoletti erano già tutti a letto, il mattino d’altronde arrivava presto.
La valle era silenziosa, solo un vento tagliente avvolgeva i paesi di Erto e Casso, e più a valle Longarone.
A nord, un mostro di cemento armato altissino chiudeva la valle, la diga del Vajont, a confine tra Veneto e Friuli.

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La diga fu progettata dall’ingegner Carlo Semenza, dal 1926 al 1958, fu costruita dal 1958 al 1960 lungo il decorso del fiume Vajont. All’epoca era la diga più alta al mondo, ad oggi ha un’altezza di più di 260m.
Il grande Vajont era un progetto idroelettrico molto ambizioso che serviva per regolare i flussi d’acqua del bacino del Piave per la produzione di energia elettrica. Originariamente l’ente gestore era la SADE, poi con la nazionalizzazione fu assorbito dall’Enel.

La diga è costruita tra due monti, il monte Toc ed il monte Salta.

Toc in dialetto friulano significa avariato, guasto.. Da sempre era saputo che quella montagna era fragile..
Infatti l’area era definita paleo-frana; le pareti non erano adatte per contenere e sostenere una struttura come quella costruita. Era noto anche ai gestori e dirigenti della SADE, agli enti locali e nazionali, al Ministero dei Lavori Pubblici.

Silenzio.

Nel 1960 c’erano state gia’ delle avvisaglie, frequenti erano le scosse di terremoti, frane e smontamenti, ma la pericolosità e l’alto rischio sismico erano stati ignorati e sottovalutati per i fini economici. D’altronde erano gli anni del boom economico, gli anni della ripresa, delle grandi opere pubbliche.

La diga sarebbe stata la più alta al mondo (266m, 723 slm), orgoglio di ingegneria italiana.

Movimenti e comitati di opposizione locali, giornalisti non furono considerati.. Restavano le preghiere degli anziani affinché il monte Toc non franasse..
“Una leggenda locale narrava che la cittadina di Erto era destinata ad avere una prosperità economica, per poi sparire negli abissi di un lago.”

Quella sera alle 22:00, Giancarlo Rittmeyer (guardia alla diga), chiamò l’ingegnere Biadene, rappresentante della SADE.
La montagna si stava sgretolando a vista d’occhio.
Avviso’ subito e chiese disposizioni.
Biadene lo tranquillizo’ dicendogli di “dormire con un occhio solo”. Nella telefonata, anche la centralinista di Longarone, chiese se ci fosse stato pericolo. Biadene le disse di non preoccuparsi; concluse con la frase “dormite bene”.

Chissà quante mamme quella sera, dissero “dormite bene” ai loro cari..

Poco dopo alle 22.39, 260 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc e invasero la diga.
Si formano due onde dell’altezza di 250m.. In meno di 5 minuti la valle del Vajont fu spazzata via, rimasero solo fango e detriti.

Quasi 2000 morti.
Quanti responsabili?

Dino Buzzati, sul Corriere della Sera il giorno dopo il disastro del Vajont, scriveva:

Come ricostruire ciò che è accaduto, la frana, lo schiantamento delle rupi, il crollo, la cateratta di macigni e di terra nel lago? E l’onda spaventosa, dal cataclisma biblico, che è lievitata gonfiandosi come… Sì come un immenso dorso di balena, ha scavalcato il bordo della diga, è precipitata a picco giù nel burrone, avventurandosi, terrificante bolide di schiuma, verso i paesi addormentati. E il tonfo nel lago il tremito della guerra, lo scrole dell’acqua impazzita, il frastuono della rovina totale, coro di boati stridori, rimbombi, cigolii, scrosci, urla, gemiti, rantoli, invocazioni, pianti? E il silenzio alla fine, quel funesto silenzio di quando l’irreparabile è compiuto, il silenzio stesso che c’è nelle tombe?
Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può, come nel caso del Gleno, dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento, e del coraggio umano»

Lascio le riflessioni ad ognuno di noi..
A presto,
❤ Silvia
*foto dal web

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